Aveva sei anni e voleva fare il conducente d'autobus. Metteva tutti noi compagni di scuola in fila indiana sulle sedioline di legno nel corridoio del primo piano e via, si partiva. I passeggeri, concentrati e silenziosi, erano tenuti a sobbalzare in concomitanza delle frenate e a ondeggiare coralmente in curva, una volta di qua e una volta di là. E andava Andrea, andava, senza più guardare indietro, il trenino di sedie dietro le spalle.
Nel tempo libero smontava e rimontava circuiti, collegava schede madri, studiava processori, mi insegnava cos'era il Commodore 64 e un oscuro linguaggio chiamato MS DOS.
Fra i vassoi della mensa, a mezzogiorno e mezza ogni giorno, raccontava al mio sopracciglio alzato del tigrotto che nascondeva nell'armadio, delle palme da cocco cresciute nella stanza da letto, di un enorme coniglio bianco.
Ancora non mi spiego come sia riuscito, nel 1990, a piazzarmi davanti al Festival di San Remo e, ancor peggio, a trascinarmi in piedi sui banchi della classe a cantare Vattene amore, in occasione del suo popolarissimo Festival Musicale del Doposcuola.
A diciannove anni ha trafugato dalla cristalliera di casa le posate d'argento per prepararmi un vero pranzo, ricordo ancora le zucchine, poi ha detto: me ne vado.
E' salito su un treno e si è inventato una vita. Continua ad essere il visionario trascinatore che era. Scoperchia case e manovra periferiche come si sgusciano e divorano le noccioline.
Programma, fa capriole nel web, che conosce come le sue tasche.
Trabocca energia. Si è innamorato della fotografia, del suo potere illusionistico, ne sonda spigoli e artifici.
Inventa manifestazioni, disegna strategie e comunica con la stessa passione trascinante con cui portava sciami di bambini a strillare in coro sui banchi e sulle cattedre. Irene Ninika